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Crepe nel partito, la fronda minaccia altre spaccature Franceschini regista nelle trattative sulla legge elettorale.

Asfissiato dal deserto dirigenziale creato con le proprie mani, accerchiato da avversari d’ogni foggia, al chiuso del cul de sac in cui s’è ficcato, Matteo Renzi sfoglia la sua margherita di personali vie d’uscita.

Oltre al Se medesimo, è il Pd a soffrirne, in quanto «ostaggio del destino personale del suo segretario», come sottolinea il giornalista Gad Lerner davanti a un’affollata assemblea di Sinistra dem. Il cui leader, Gianni Cuperlo, continua a rivolgere al segretario inviti in una lingua a lui del tutto incomprensibile. «Fossi io il segretario o potessi dargli un consiglio fraterno, gli direi: Cerca il bene della tua comunità, dimettiti domani e convoca il congresso, sarebbe la via per misurarsi tutti, non solo lui, con una sconfitta, con una serie di sconfitte…». Poco prima, il galante ex presidente Pd s’era detto «impressionato dalla rimozione della sconfitta di dicembre… segretario, non è stato un calcio di rigore sbagliato ma una stagione che si è chiusa. Se hai a cuore il destino del Pd e della sinistra fermati un istante, dico citando Eros Ramazzotti, e costruisci le condizioni di una stagione diversa… Per vincere serve federare, tu pensi di poterlo fare?».

No, e anche Renzi lo sa. Del destino della sinistra (forse anche di questo Pd), al leader poco o punto gliene cala. Ma Cuperlo è davvero preoccupato per la scissione dalemiana, che un sistema proporzionale renderebbe quantomai verisimile, e farebbe di tutto – come sempre – per scongiurarla. «Chi ha tenuto il timone in questi anni ne avrebbe la responsabilità più grande», accusa. Il problema del Pd lacerato, che potrebbe essere spazzato via dal sistema proporzionale, sta però soprattutto nelle incompatibilità personali, nell’inconsistenza di una linea e del gruppo dirigente di cui Renzi s’è attorniato. Personaggetti come il presidente Matteo Orfini, che ancora ieri starnazzava sulla fine della «vocazione maggioritaria del Pd», cosa, come si sa, morta e sepolta da quel dì. Da settimane i giochi veri si fanno altrove, e Dario Franceschini ha cominciato a delineare il futuro della «fase nuova» che anche Renzi a parole vorrebbe inaugurare. Stagione fondata sul ritorno al premio di coalizione, e dunque su una «corretta articolazione delle posizioni negli schieramenti», per usare le parole del leader dell’Area dem, corrente maggioritaria. A Franceschini che chiama, risponde il ministro Graziano Delrio, che lo stesso Renzi continua a considerare tra i fedelissimi. Delrio insiste sulla «governabilità» prefigurando «un campo largo ulivista, che punti al 40 per cento con una legge elettorale con le coalizioni. Una coalizione che vada da Alfano a Pisapia». Esattamente quanto Orfini aveva appena bollato come «un Ogm».

Anche sulla questione del congresso anticipato, se Renzi gioca con le parole, i suoi cominciano a mostrare forse le vere intenzioni. Delrio pensa alle «primarie di coalizione» (così da scongiurare il confronto interno), un pasdaràn renziano come Carbone sfida invece la minoranza: «Giocano sempre al rialzo: facciamo pure le primarie o il congresso, ma chi perde sia leale. E vedremo se vincono Cuperlo e D’Alema o se vince Renzi…».

È chiaro però come la partita su congresso (o primarie) sia legata e strumentale alla data delle elezioni. Lo stesso Renzi ha cominciato a (ri)pensarci: smontata la balla del vitalizio, affidare a Gentiloni anche una manovra autunnale lacrime e sangue potrebbe essere una soluzione. Dipenderà dall’Europa, certo, da come si metteranno le cose. Ma per risalire la china mediatica, personalmente un toccasana.

di Roberto Scafuri

Fonte Il Giornale

Milano, 5 febbraio 2017

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