Roma, rifiuti tossici spediti in Asia e rivenduti come padelle: sette arresti

I porti
I rifiuti partivano dai porti di Civitavecchia, Livorno, La Spezia, Genova e Ravenna per raggiungere la Cina, la Corea, il Pakistan e l’Indonesia. L’inchiesta è partita all’inizio del 2016, quando da un controllo di routine dei trasporti via mare gli investigatori si sono imbattuti in due società – la Tmr di Castiglione in Teverina (Viterbo) e la Alluminio Frantumati di Orvieto – che effettuavano movimentazioni sospette. Se infatti i porti di destinazione erano sempre gli stessi, quelli di partenza variavano: ascoltando le telefonate, la Guardia costiera ha scoperto che si trattava di una scelta fatta per sviare le indagini.

Le finte bonifiche
Il trucco ideato dall’organizzazione era allo stesso tempo semplice e pericoloso: mediante vari giri di false attestazioni e certificati,le aziende acquistavano rifiuti industriali contaminati – soprattutto da Pcb, i policlorobifenili considerati tossici come la diossina – ne simulavano la bonifica e li rivendevano tal quale come materiale recuperato e «pronto forno» per un nuovo ciclo produttivo. In realtà i rifiuti, in Italia, subivano soltanto una mera macinatura e, inquinatissimi, venivano spediti via mare all’estero senza nessuno scrupolo per la salute degli operatori che entravano in contatto con Pcb, solventi e idrocarburi ben oltre i limiti consentiti dalla legge.