Roma, rifiuti tossici spediti in Asia e rivenduti come padelle: sette arresti

mediante vari giri di false attestazioni e certificati, le aziende compravano i rifiuti industriali complessi e contaminati – anche da Pbc, vale a dire dai policlorobifenili, sostanze tossiche equiparate alla diossina – e, dopo aver simulato le procedure di bonifica ambientale previste dalle normative italiane e internazionali, li rivendevano tali e quali spacciandoli come materiale recuperato e «pronto forno» per un nuovo ciclo produttivo. In sostanza, le aziende si limitavano a `macinare´ i rifiuti, per poi spedirli dall’altra parte del mondo senza minimamente preoccuparsi della salute di chi sarebbe entrato in contatto con quei materiali.

«Il mischiotto»
Se qualcuno si accorgeva del trucco, era già pronta la soluzione: interveniva un operaio – tra i sette arrestati – per creare quello che nelle telefonate intercettate viene chiamato «il mischiotto». Un mix di prodotto tossico e non trattato in base alle norme, in modo da abbassare la percentuale di sostanze inquinanti e di rendere «commerciale» il rifiuto. Secondo l’ammiraglio Giuseppe Tarsia, all’epoca comandante del porto di Civitavecchia e ora a Livorno, «non si tratta di un caso isolato e per questo il nostro impegno ambientale proseguirà anche su questo versante».

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