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“‘Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male a causa mia, rallegratevi ed esultate, poiché grande è la vostra ricompensa nei cieli’ (Mt 5, 11-12). Quanto si addicono queste parole di Cristo agli innumerevoli testimoni della fede del secolo passato, insultati e perseguitati, ma mai piegati dalla forza del male!” (san Giovanni Paolo II)

(Matteo Matzuzzi per Il Foglio) Forse il cuore della questione è tutto qui: “Apparteneva al Signore con tanto amore da suscitare l’odio di chi voleva cancellare Cristo dalla storia dell’uomo”. Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, nonché segretario e portavoce del Comitato “Amici di Rolando Rivi”, lo dice subito, appena gli si pone la banale domanda sul perché quel ragazzino di quattordici anni di nome Rolando, seminarista convinto tanto da non smettere mai la sua talare nera, ormai sbiadita e sdrucita a forza di essere lavata, sia stato ucciso con due colpi di pistola nei pressi di Monchio, Modena, il 13 aprile del 1945. “Assassinato solo dopo essere

stato preso a pugni e a calci perché accusato ingiustamente di essere un informatore degli occupanti nazisti”. La guerra stava finendo, la rotta dei tedeschi verso le Alpi era ormai nella sua fase avanzata, ma l’odio accumulatosi per anni esplodeva ora con tutta la sua violenza. Si dava la caccia ai fascisti, presunti o tali. I preti erano sovente guardati male, sia perché sospettati di collusione col nemico sia perché oggettivo impedimento all’avvio dell’agognata rivoluzione comunista in Italia. Tempi in cui “ammazzare una persona era come fare una passeggiata. La guerra abitua a uccidere con molta facilità”, ha detto lo storico Danilo Morini, già parlamentare e presidente dell’Associazione liberi partigiani italiani-Partigiani cristiani, nonché amico di Rolando, che conobbe a San Valentino nel 1944. Da un anno ormai Rolando Rivi non era più in seminario, a Marola, occupato dai tedeschi.

Il vescovo di Reggio Emilia, mons. Eduardo Brettoni, aveva suggerito ai ragazzi di andare a casa, di proseguire gli studi con i propri parroci per quanto possibile. Lo fa anche Rolando, che torna a San Valentino. Il 10 aprile, improvvisamente, scompare. Il padre troverà i suoi libri sparpagliati a terra e un biglietto infilzato su un ramo: “Non cercatelo. Viene un momento con noi partigiani”. Inizia qui la storia del martirio di questo ragazzo, beatificato il 5 ottobre del 2013 perché ucciso “in odio alla sua fede, colpevole solo di indossare la veste talare in quel periodo di violenza scatenata contro il clero” — LEGGI TUTTO L’ARTICOLO DI MATTEO MATZUZZI SU IL FOGLIO

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