Condividi

E’ stato giornalisticamente chiamato “Raggio magico” perché ormai va di moda parlare di cerchi magici intorno ai leader politici, da Bossi a Renzi passando per Berlusconi. In realtà, il tanto vituperato cerchio magico non era altro che la squadra di tecnici e collaboratori, tra cui alcuni assessori, che Virginia Raggi aveva scelto al di fuori del suo partito. Il sindaco di Roma, con quelle scelte, aveva dimostrato una certa autonomia di azione e di pensiero, oltre alla facoltà di potersi smarcare dal suo stesso partito in fatto di nomine. Una risposta efficace a chi, riferendosi al controverso “contratto” con tanto di penale di 150.000 euro che Beppe Grillo avrebbe fatto firmare ai suoi candidati sindaci, temeva che Virginia Raggi potesse essere un sindaco eterodiretto, una sorta di burattino in mano ad un padrone.
Con le nomine di De Dominicis, Marra, Romeo, Frongia, Muraro, Virginia Raggi ha invece scelto persone di esperienza e, secondo le sue valutazioni, capacità, al di fuori delle logiche di partito. Proprio per questo ha instaurato un lungo ed estenuante braccio di ferro non solo con il leader, ma anche con il direttorio e persino il minidirettorio romano istituito, a quanto pare, apposta per lei.

Fino a ieri, Virginia Raggi sembrava aver vinto il braccio di ferro, costringendo Beppe Grillo a sostenerla controvoglia e persino i suoi più grandi nemici del minidirettorio, Roberta Lombardi e Paola Taverna, ad arrendersi e mollare tutto.
Contro il loro parere, il sindaco di Roma ha difeso le sue scelte, senza dubbio più pragmatiche rispetto ai criteri di “onestà” pretesi dal Movimento, come se fosse possibile fare politica a Roma senza mai ricevere avvisi di garanzia, che come ogni buon garantista sa non significano condanne. La visionaria questione etica grillina ha però costretto Virginia Raggi a rinunciare alla spicciolata a tutti i suoi uomini: prima De Dominicis, poi la Muraro, infine il grave episodio dell’arresto di Marra per fatti risalenti ai tempi di Alemanno. Una scelta, quest’ultima, che certo non dà ragione alla Raggi, ma fatta sempre in nome dell’esperienza sopra ogni cosa, anche la sbandierata ma fumosa onestà.
Persi tutti i pezzi e le sue pedine di fiducia, Virginia Raggi aveva due strade: dare ragione al Movimento, rinunciando anche agli ultimi due uomini da lei voluti e difesi, Romeo e Frongia; oppure provare a continuare il suo lavoro rinunciando all’appoggio del suo partito, pronto a toglierle il simbolo. Ha scelto la prima strada, probabilmente perché la seconda era impossibile: troppi consiglieri di maggioranza hanno giurato fedeltà al partito e non al sindaco ed erano pronti a toglierle l’appoggio.
Che ne sarà, quindi, di Roma? Nulla. Semplicemente, da oggi Roma non ha più un sindaco, ma solo una pedina di un partito, eterodiretta e delegittimata, che ha provato a smarcarsi dal Movimento 5 Stelle ma non si è sentita appoggiata dai consiglieri della sua maggioranza. Proprio ciò che temevano i detrattori di Virginia Raggi, che sin da subito l’avevano accusata a torto di essere una “bambolina” di Grillo.

Riccardo Ghezzi
Roma, 18/12/2016

Ricevi gratuitamente e direttamente sulla tua casella di posta elettronica aggiornamenti sul mondo delle Forze dell’Ordine, Video, Consigli e info su Concorsi nelle Forze Armate
Potrebbero interessarti anche
Articolo precedenteMarra arrestato. Il Pd: "Grillo corresponsabile". Salvini: "Dimissioni giunta Raggi"
Prossimo articoloROMA GRILLINA: TUTTI CONTRO TUTTI NEL M5S. E IN ATTESA DI SAPERE SE ANCHE LA SINDACO RAGGI È INDAGATA, CADONO LE PRIME TESTE ECCELLENTI