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Le polemiche e l’indignazione sorte attorno ai recenti fatti di Genova, hanno riacceso nuovamente la questione degli identificativi per il personale delle Forze dell’Ordine. Sabato 25 maggio, su Repubblica è apparso un articolo che parlava di “Riforma che manca” e di identificativi quale segnale di apertura democratica e incentivo all’autocontrollo per il personale di Polizia. Il Sindacato Autonomo di Polizia SAP, con una lettera del segretario generale Stefano Paoloni, ha provato ad esprimersi indirizzando una lettera al direttore di Repubblica Carlo Verdelli, sincerandosi – avendo contatto la redazione – dell’avvenuta ricezione.

“Risultato?” – si legge sul sito del SAP – “Non l’hanno pubblicata. Forse perché scomoda. Forse perché troppo vera. Marchiarci sta bene a tutti. L’espressa volontà, invece, di metterci in discussione con telecamere sulle divise, fa paura. Il coraggio della verità non piace perché non presta il fianco alla strumentalizzazione e alla menzogna”

Alleghiamo di seguito sia l’articolo di Repubblica che la lettera di Stefano Paoloni

“Gentile direttore,
relativamente ai fatti di Genova e in particolare all’articolo a firma Gianluca Di Feo, pubblicato sul vostro quotidiano, ci terrei a fare alcune considerazioni. Noi poliziotti siamo tutori dell’ordine, giuriamo fedeltà alla Repubblica, alle sue leggi e alla Costituzione. E proprio perché siamo chiamati a garantire il rispetto della legge, rispettandola noi in
primis, mi sento di dire che chi sbaglia, cittadino in divisa o non, deve rispondere di quanto commesso. La presenza delle Forze dell’Ordine durante le manifestazioni, è proprio a garanzia di tutela delle libertà costituzionalmente garantite, tra le quali quella di manifestare e di pensiero. Manifestare il proprio dissenso è un diritto sacrosanto, molto spesso però, dietro il diritto si nasconde la violenza di chi con caschi, molotov e bastoni, aggredisce le forze dell’ordine. E’ uno strano paese il nostro, perché la violenza di chi non rispetta le legge sembra quasi tollerata, mentre chi la forza la deve utilizzare nel rispetto dei principi di legge, viene criminalizzato.
Perché i violenti delle piazze non ottengono una forte e indiscriminata censura. Essere contro la violenza non ha o, per lo meno non dovrebbe avere, coloro politico.
Chi scende in piazza con volto travisato e oggetti atti ad offendere e ne fa uso per usare violenza contro gli uomini in divisa, non intende affermare un’idea, un principio o un valore. E’ un delinquente e tale deve essere considerato. Da ogni manifestazione violenta torniamo a casa dalle nostre famiglie con numerosi feriti, ma nessuno si scandalizza, nessuno spende una parola, un pensiero o ci dedica una riga. E’ il nostro dovere.
Ci si scandalizza invece se dopo ore con i caschi in testa, le maschere antigas allacciate, dopo aver subito aggressioni, insulti, sputi, bastonate, lanci di pietre e bottiglie qualcuno si ferisce durante una carica necessaria per ripristinare l’ordine.
Il giornalista parla nel suo articolo di numeri indentificativi da assegnare ad ogni poliziotto, come “segnale di apertura democratica” e “incentivo all’autocontrollo”.
A tal proposito mi sento di rispondere che noi poliziotti non siamo bestie da tenere a bada, siamo persone che affrontano un importante addestramento per dare un servizio al nostro paese. Con le nostre campagne di sensibilizzazione “Chi difende i difensori”, stiamo proponendo una soluzione ancora più democratica e all’avanguardia degli identificativi. La nostra battaglia è quella di avere telecamere su divise, auto di servizio e celle di sicurezza. Le telecamere sono un grande strumento di trasparenza e verità che non perdonano nessuno: né l’operatore di polizia, né il violento.

In più offrono una soluzione efficace e immediata, in quanto permettono di fornire in sede processuale una testimonianza incontrovertibile che, oltre ad accorciare i tempi del processo, fornisce al cittadino una risposta importante, ovvero quella di sapere se quel rappresentante delle istituzioni coinvolto, sia  o meno un fedele servitore dello Stato. Inoltre, ci sono studi americani, che affermano quando vi è la consapevolezza di essere ripresi l’uso della forza diminuisce da entrambe le parti. Ancora, un’altra nostra proposta, è quella di avere la presenza di un Pubblico Ministero in piazza durante le manifestazioni, affinché possa avere diretta contezza della situazione.
La nostra proposta è all’insegna della massima trasparenza, proprio perché chi sbaglia deve pagare: che sia poliziotto o manifestante violento. Gli identificativi non consentono queste garanzie. I facinorosi e quanti ideologicamente contro le Forze dell’Ordine, se volessero incastrare ed accusare ingiustamente un collega, potrebbero farlo tranquillamente memorizzando il suo identificativo. Questo significherebbe anni di processo, carriera bloccata, spese legali a proprio carico e gogna mediatica,
molto in voga. Un esempio eclatante è quello del militante dei centri sociali di Padova, Zeno Rocca. Accusò dei poliziotti di averlo pestato e di avergli causato la frattura di alcune costole. Tenne incontri e conferenze stampa. Sa cosa scagionò i colleghi e permise la condanna di Zeno Rocca per calunnia?


Una telecamera nella cella di sicurezza che riprese il Rocca, subito dopo l’arresto, intento a fare delle flessioni. Non scordiamo nemmeno quanti hanno tentato di schedare i miei colleghi non solo associando al loro volto un nome, ma anche affetti, abitudini, domicilio e aspetti della vita privata. Concordiamo con voi nel voler offrire al cittadino una immensa apertura democratica. Questa può essere possibile grazie alle telecamere.

Il Segretario Generale Sap
Stefano Paoloni

L’articolo di Repubblica 

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