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fabrI giudici della corte d’Assise d’appello di Roma hanno annullato la sentenza di primo grado. Dopo oltre dieci anni dal rapimento di Fabrizio Quattrocchi e dei suoi colleghi, riparte da zero il processo nei confronti dei fratelli Al Qubeidi, i due iracheni accusati di essere i carcerieri degli italiani rapiti in Iraq. In piccole stanze senza luce e con poca aria, i tre contractors italiani che lavoravano in Medio Oriente avevano dovuto attendere 58 giorni, prima di essere liberati grazie a un blitz delle forze speciali statunitensi. Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Umberto Cupertino avevano dovuto anche assistere alla morte di un loro compagno, Fabrizio Quattrocchi. Una volta liberi erano stati costretti a osservare, sconcertati, la sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Roma. I giudici avevano infatti assolto gli imputati perché, secondo loro, si trattava di un sequestro semplice e non con finalità di terrorismo, come ipotizzato dalla procura di Roma. Oltre al danno anche la beffa. Adesso il processo è da rifare a causa di un vizio procedurale: i due fratelli sono infatti stati giudicati in Italia, venendo però considerati come «liberi ma contumaci» mentre successivamente è stato appurato che gli stessi si trovavano in carcere nel loro paese, dopo essere stati condannati per gli stessi fatti.

IL NOSTRO 11 SETTEMBRE
Era il dodici aprile del 2012 quando Umberto Cupertino, Salvatore Stefio, Maurizio Agliana e Fabrizio Quattrocchi erano stati rapiti in Iraq da un gruppo autoproclamatosi «Falangi Verdi di Maometto». Era stato il primo sequestro di cittadini italiani dopo il nostro «11 settembre», la strage di Nassiriya. Dopo pochi giorni, Fabrizio Quattrocchi era stato ucciso. Gli altri tre prigionieri invece erano stati liberati, grazie ad un’operazione delle forze armate statunitensi. Durante quell’intervento militare erano stati catturati anche i due carcerieri: Hamed e Hamid Hillal Hamad Al Qubeidi, due fratelli nati in Iraq.

NELLE MANI DEI TERRORISTI
«La prima volta, durante la sentenza di primo grado ho fatto fatica a credere a ciò che stava accadendo – afferma Salvatore Stefio, uno degli italiani rapiti – la corte li considerava criminali comuni mentre il tribunale, in Iraq, li condannava perché riteneva fossero appartenenti ad un’organizzazione terroristica». Adesso però il processo dovrà rifarsi: «Sinceramente mi fa piacere – spiega Stefio – forse adesso il tribunale capirà che si trattava di terroristi con finalità politiche precise. Sapevamo di essere nelle mani di terroristi, anche se li abbiamo sempre considerati come facenti parte della bassa manovalanza dell’organizzazione. Adesso siamo disponibili a collaborare nuovamente con la giustizia – continua l’uomo – Non capisco tuttavia questa situazione. Noi sapevamo che erano in carcere in Iraq, abbiamo anche testimoniato in video conferenza durante il processo che si svolgeva a Baghdad».
di Andrea Ossino

Fonte Il Tempo

Roma, 24 gennaio 2015

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