“Vado via dall’Italia” e all’estero Simone diventa il più giovane cardiochirurgo pediatrico

In un anno a Londra il medico brucia le tappe, diventa senior. “Se vuoi fare il chirurgo, devi fare chirurgia”. Il professor Elliott gli parla di un ospedale a Bangalore in India, il Narayana Hrudayalaya Hospital, dove cercano chirurghi perché sono tantissimi i bambini che nascono con le malformazioni al cuore. In quell’ospedale si fanno 2.500 interventi l’anno. Speggiorin cerca un posto e lo trova. Ha 33 anni e in tasca un biglietto di sola andata. Arrivato in India vive un’esperienza durissima. “Non ho trovato l’America, ma un Paese povero. Lavoravo 18 ore al giorno, 6 operazioni ogni giorno per 6 giorni la settimana. Guadagnavo 300 euro al mese. In 10 mesi, ho operato 350 bambini”. Poi quella voce comincia a rifarsi sentire: “cosa faccio dopo?” Decide di programmare di nuovo il suo futuro. Manda 30 curricula a tutte le unità di cardiochirurgia pediatrica del mondo. Scrive in Europa, a Singapore, a Santiago, a Cape Town, in Australia. Lo chiamano Sidney e Leicester, in Uk. Sceglie di avvicinarsi a casa, ma l’India gli resta nel cuore ed entra a far parte di una charity.

“In Italia? Non torno, non ora. Me ne sono andato perché il nostro non è un Paese per giovani. I miei compagni di università sono quasi tutti all’estero. Eravamo un gruppo di persone consapevoli che, se volevamo qualcosa, dovevamo andare a prendercelo. Del gruppo, io non sono il più bravo. Tra i miei amici c’è Paolo De Coppi, lo scienziato di 41 anni che ha scoperto le cellule staminali nel liquido amniotico. Lavora a Londra. Ho un amico in Silicon Valley che crea una startup dopo l’altra. Un altro mio coetaneo di Padova è professore di economia in Australia”.

“Io rappresento soltanto il campanello d’allarme di un malessere che c’è in Italia. Qui ho raggiunto un livello che sarebbe impossibile nel nostro Paese. Il sistema sanitario italiano è gerarchico. Il sistema inglese mette tutti allo stesso livello. Certo ti pagano bene, ma devi essere pronto. Entri in ospedale con molte più responsabilità, nessuno ti protegge, inizi a non dormire la notte, ci metti la faccia, c’è un alto livello di stress. A 60 anni ti considerano “temporaneo”, a 65 ti mandano in pensione. C’è un’attenzione maniacale ai protocolli, ai dettagli, alla soluzione dei problemi. Tutti possono esprimersi. Anche chi pulisce i pavimenti può segnalare un medico che non si lava le mani, prima di toccare un paziente, come impone il protocollo”.