Io soldato e gli amici imboscati. Quell’utilissima perdita di tempo

Io soldato e gli amici imboscati. Quell’utilissima perdita di tempo

Le notti al gelo, i riti dei nonni, il «cubo» e il rancio Che noia infinita. Ma si imparava a stare al mondo

Dodicesimo 77. A mio figlio queste cifre non dicono nulla. Per noi, figli del baby boom, lo scaglione di arruolamento è un marchio che, nel bene e nel male, non si dimentica: come tutte le cesure, le svolte, i riti di iniziazione.

Ogni volta che – come oggi – si torna a parlare di leva obbligatoria, ogni volta che – come oggi – il politico di turno fa subito retromarcia parziale o integrale, come se avesse detto una bestemmia o una asineria, quel marchio inevitabilmente torna alla memoria, e pone domande non scontate: soprattutto, credo, alla mia generazione, quella per cui la naja aveva già smesso di essere un obbligo assoluto essendo già stata inventata la scappatoia dell’obiezione di coscienza, grazie alla quale compagni di liceo amanti della spranga e della molotov si riscoprirono, al momento della chiamata, un’indole pacifista. Per cui via, tutti imboscati, in qualche anagrafe o qualche crocerossa: ma almeno anche loro, a differenza di oggi, costretti a lasciare la cuccia materna per un po’ di mesi.

Io invece partii, senza nemmeno aspettare la chiamata: sbrigata la maturità, a diciott’anni appena compiuti, mi presentai al distretto militare e chiesi di anticipare la partenza. Richiesta prontamente accolta, con qualche stupore, dall’imboscato che stava allo sportello: perché, quanto e più degli obiettori, a scampare le asprezze della leva erano da sempre i raccomandati, i figli degli amici, quelli che alla fine il militare lo facevano sotto casa: e che spesso venivano autorizzati al pernotto tra le mura domestiche. Io fui spedito al centro di addestramento a Casale Monferrato, un’ora dalla mia città, e lì trovai come caporali istruttori due compagni di squadra: «Tranquillo, ti facciamo restare qui». Tempo un mese ed ero già a Palmanova, sui confini orientali della Patria.

Fu, quella di partire, una scelta provvidenziale, perché mi tolse da Milano nei mesi peggiori della violenza di piazza: altrimenti chissà che fine avrei fatto. Questo col senno di poi. Allora come allora, fu un inferno. Quarto Genova Cavalleria, destinazione punitiva che mi ero guadagnato, credo, già prima dell’arruolamento. A cosa servissero quelle notti interminabili nel gelo della piana friulana, a montare di guardia al nulla cantando Guccini con quattro bustine di cordiale in tasca, non mi era chiarissimo. Se le armate di Tito ci avessero attaccato all’improvviso, il mio Fal – ci avrò sparato una sessantina di colpi in tutto, in due turni al poligono – non li avrebbe fermati. E non li avrebbero fermati neanche i bravi, umani marescialli che di quell’esercito erano l’ossatura, ma che tutto mi davano tranne l’idea di eroi pronti a immolarsi sul Meduno Cellina.

Eppure servì. Servì a capire il mondo, a relazionarmi con i miei simili. In quelle ore interminabili di camerata e di corvè veniva fuori l’animo umano, in forme – per un ragazzo appena sbucato dall’adolescenza – assolutamente rivelatrici. Costrette a sopravvivere in quel miscuglio di disciplina insensata, di prevaricazioni, di nonnismo, le reclute apprendevano l’arte oggi persa della sopportazione. Quando i «nonni» ti facevano arrampicare nudo sull’armadietto e ti mettevano cento lire nel sedere (tue, ovviamente) perché cantassi una canzone o quando ti costringevano a rifargli il cubo, ovvero il letto, imparavi a sopportarli; quando nel cuore della notte suonava l’allarme imparavi a sopportarlo; quando il cibo era cattivo, cioè sempre, imparavi a sopportare anche questo. Insieme a quest’arte, imparavi – per la prima volta, in quella convivenza forzata – a distinguere l’animo umano dietro le facciate: da allora, per colpa di un caporalmaggiore, mi porto dietro il pregiudizio che dei bolognesi, dietro l’apparente bonomia del loro accento, non sempre ci si possa fidare. Si imparava a sopportare anche il dolore fisico: se a un ventenne di oggi provassero a fare la Tabte, l’iniezione al petto che fece crollare al suolo un mio colossale commilitone, i grillini griderebbero al tentato omicidio. Si imparava anche l’arte, non so quanto nobile ma indispensabile, di non farsi notare dai capi.

La naja era una lunga, interminabile noia scandita dall’attesa delle licenze: tre più due, cinque più due, e l’agognata «ordinaria». Ma si imparava a stare al mondo.

 

Il Giornale

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