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SOS1307785Pavia, 2 ottobre 2013 – «Il paziente ha diritto a essere curato, ma lo Stato ha il dovere di tutelare i malati da sperimentazioni che non hanno certezze scientifiche». E’ questa la sintesi delle ragioni con cui i giudici del Tribunale di Pavia dicono di «no» al metodo Stamina. Il collegio ha respinto la richiesta della famiglia di un ragazzo di 20 anni di Pavia, affetto da una grave malattia neurodegenerativa, di poter accedere al controverso trattamento con le staminali proposto da Davide Vannoni. La patologia è stata diagnosticata al giovane un anno fa. E i medici non hanno dato nessuna speranza di vita. Una condanna, però, a cui i genitori non hanno intenzione di arrendersi. Per questo hanno voluto tentare la strada del ricorso ai giudici, chiedendo la somministrazione forzata della terapia da parte degli Spedali Civili di Brescia. Una strada, quella del ricorso ai tribunali, che molti malati, in tutta Italia, stanno percorrendo per obbligare gli ospedali a concedere la cura nonostante la contrarietà della scienza, che ha più volte bocciato il metodo (l’ultimo parere, negativo, del comitato del Ministero della sanità risale all’11 settembre).

Diversi tribunali hanno dato ragione ai malati a partire dal principio della libertà di cura, anche nel caso in cui quella cura potrebbe risultare inefficace. I giudici di Pavia, invece, hanno fatto un ragionamento diverso. Che viene spiegato in 18 pagine. Il verdetto definitivo (c’era già stato un pronunciamento negativo, ma i genitori lo avevano impugnato) difende il principio della «cautela» in materia di cure mediche. Per i giudici deve essere garantito che «le risorse pubbliche vengano rese disponibili per terapie verificabili con metodi scientifici». Nel caso del metodo Stamina, invece, non ci sarebbero dati scientifici in grado di confermare la validità del trattamento: «In nessun paese estero viene applicata la metodologia e la comunità scientifica si è pronunciata negativamente in modo pressoché unanime». E il diritto del paziente a essere curato? Va difeso, secondo i giudici, convinti però che sia anche dovere dello Stato «tutelare il paziente dal coinvolgimento in situazioni di sperimentazione umana e di sfruttamento delle condizioni di afflizione del paziente stesso».

«La famiglia è rimasta profondamente delusa dal provvedimento del Tribunale di Pavia – dice l’avvocato Roberta Nicoli, che ha seguito il caso per conto dei genitori del ragazzo insieme all’avvocato Luigi Brambilla – anche in considerazione del fatto che in questi giorni altri Tribunali, tra cui quello di Parma e di Genova, hanno assunto provvedimenti opposti. Non avendo nessuna alternativa, la famiglia seguirà con attenzione l’evolversi della situazione e del dibattito sul metodo Stamina, nella speranza che emergano elementi di novità tali da consentire di riproporre il ricorso». (laprovinciapavese.it)

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