Condividi

janndi Angelo Jannone

A volte sembra un bollettino di guerra:
22 ottobre 2011 un finanziere uccide la moglie e poi si spara a Bergamo.
16 febbraio 2012 a Formia si uccide un Assistente Capo di Polizia penitenziaria in servizio presso il carcere di Roma Rebibbia-
Soli 2 giorni dopo, il 18 febbraio 2012 si spara a Caserta di un agente di polizia penitenziaria
L’8 dicembre 2012, un poliziotto è suicida a Cassino.
Il 3 novembre 2012 si uccide un finanziere 60 enne a Brindisi.
Il 22 dicembre 2012, in Questura a Milano, si toglie la vita un ispettore di polizia
Il 6 gennaio 2013 il maresciallo dei carabinieri Massimiliano Guerra, 39 anni, si suicidia a Piacenza D’Adige, in Veneto.
A sole 24 ore, il 7 gennaio 2013, si uccide nell’altra estremità dell’italia a Bronte (CT), il maresciallo Alessio Monteleone, di Salerno. Aveva solo 23 anni.
Il 3 aprile 2013 un poliziotto si uccide a Triggiano, in Puglia
Il 5 aprile 2013, a Nuoro, un appuntato dei carabinieri di 52 anni si suicida in caserma.
Il primo aprile 2013, il maresciallo Aurelio Mangiafico, di 33 anni, originario di Terracina, si spara un colpo di pistola a Sulcis in sardegna, dove comandava la stazione.

Se andassimo indietro nel tempo, sino al 2010 i dati ci dicono che si tratta di un fenomeno crescente e sempre trasversale. Nessuna forza di polizia è risparmiata.
Ma la percentuale più elevata spetta all’Arma dei carabinieri con circa il 66% dei casi.
Un dato che andrebbe corretto tenendo conto anche dell’organico superiore della benemerita rispetto ad altri corpi di polizia.
Alla base ci sono motivazioni diverse e spesso personali o personalissime.

Ma proprio nell’Arma, in passato dall’arruolamento veniva escluso chi avesse avuto casi di suicidio in famiglia. Si riteneva che potesse essere indicativo di una certa predisposizione genetica.
Ma se le cause scatenanti vanno ricercate nei drammi che ognuno di questi casi racchiude, non si può sottacere che il contesto generale del paese e l’ambiente di lavoro possono rappresentare concause che spingono a questi gesti estremi.
Con grande umiltà e trasparenza, il Questore di Milano, Luigi Savina aveva dichiarato all’indomani del suicidio del giovane ispettore nel dicembre scorso: «….. alla base del suo tragico gesto non ci dovrebbero essere questioni di salute o personali – ha confermato il questore – Il collega attraversava probabilmente un periodo di fragilità e noi purtroppo non siamo riusciti ad accorgercene».
Ecco. In quest’ultima frase risiede l’essenza del problema.

Ognuno può attraversare un momento di particolare fragilità e certo, non tutti arrivano al suicidio.
Ma i comandanti, i dirigenti, nelle forze di polizia sono ancora quelli di un tempo? E le nostre forze di polizia hanno ancora spinte motivanti?
Partiamo dalla fine della nostra domanda. Si avverte epidermicamente, parlando con poliziotti o carabinieri, una generalizzata, diffusa demotivazione. Frutto della crisi? Anche. Stipendi bloccati, straordinari non pagati e l’incertezza della pensione, generano frustrazioni.
Soprattutto se poi, come accaduto un paio di anni fa, gli straordinari arretrati, vengono pagati secondo logiche discutibili ed al limite dell’illecito, per lo più ad ufficiali impegnati in uffici burocratici e per importi assolutamente incompatibili con la logica del tempo.
«un capo ufficio in Sicilia ha preso oltre 15 mila euro di straordinario arretrato», rivela un carabiniere. «come se avesse fatto pratiche di notte e di giorno, tutti i giorni della settimana».

Ma soprattutto è frustrante per questi carabinieri e poliziotti, vedere le loro indagini vanificate, da magistrati solerti solo quando si tratta di indagare uno di loro.
Criminali veri arrestati e fuori dopo qualche giorno. Sentirsi dire che non possono fare troppi chilometri con le auto nei pedinamenti, mentre i pedinati, trafficanti di droga e mafiosi, non hanno alcun limite. Effettuare trasferte non rimborsate.
Ed in questo contesto, gli ufficiali ed i dirigenti sono in grado di tenere alto il morale dei loro uomini?

Anche sul carisma e sulla capacità di motivare di molti ufficiali e funzionari ci sarebbe da discutere.
«un comandante ha vietato ai suoi ufficiali di prendere il caffè con i suoi militari. Dice che non è opportuno» ha confidato un altro carabiniere.
Atteggiamenti da burocrati e mancanza di carisma e umanità sono caratteristiche sempre più diffuse dello “stile di comando” nei quadri intermedi delle forze dell’ordine. E questo non aiuta.

Come si fa a capire se un collaboratore sta attraversando un momento di “particolare fragilità” se per il proprio comandante è solo una pratica ed una matricola?

Ricevi gratuitamente e direttamente sulla tua casella di posta elettronica aggiornamenti sul mondo delle Forze dell’Ordine, Video, Consigli e info su Concorsi nelle Forze Armate
Potrebbero interessarti anche
Articolo precedenteAgenti aggrediti, questore dispone chiusura 7 gg del pub
Prossimo articolo"Lascio il mio posto a chi ha famiglia". Rinuncia al trapianto e muore.