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“Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, uno dei quattro Corpi di Polizia dello Stato italiano” è così che è stato annunciato, poco fa, l’ennesimo suicidio tra le fila delle forze dell’ordine: secondo qwuanto riporta il SAPPE si tratta di un Agente Scelto del Corpo di Polizia Penitenziaria, 30anni appena, che risponde alle iniziali di I.M.  Il giovane era stato trasferito da Bolognas poco tempo fa e prestava attualmente servizio a Pisa.  “Siamo sconvolti. Era benvoluto da tutti e da circa un mese era passato all’impiego civile per riforma. Per questo risulta ancora più incomprensibile il suo terribile gesto”.

Il segretario non entra però nel merito delle cause che hanno portato il giovane I.M.  togliersi la vita, ma sottolinea come sia importante “evitare strumentalizzazioni ma fondamentale e necessario è comprendere e accertare quanto hanno eventualmente inciso l’attività lavorativa e le difficili condizioni lavorative nel tragico gesto estremo posto in essere dal poliziotto.

Non dimentichiamo che non più tardi di qualche giorno fa c’era già stato il suicidio di un altro appartenente alla Polizia Penitenziaria, in servizio in Calabria. Non sappiamo se, anche in questo, era percepibile o meno un eventuale disagio che viveva il collega. Quel che è certo è che sui temi del benessere lavorativo dei poliziotti penitenziari l’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia sono in colpevole ritardo, senza alcuna iniziativa concreta. Al ministro Bonafade ed ai Sottosegretari di Stato Morrone e Ferraresi chiedo un incontro urgente per attivare serie iniziative di contrasto al disagio dei poliziotti penitenziari”.

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“E’ luogo comune pensare che lo stress lavorativo sia appannaggio solamente delle persone fragili e indifese: il fenomeno colpisce inevitabilmente anche quelle categorie di lavoratori che almeno nell’immaginario collettivo ne sarebbero esenti, ci riferiamo in modo particolare alle cosiddette “professioni di aiuto”, dove gli operatori sono costantemente esposti a situazioni stressogene alle quali ognuno di loro reagisce in base al ruolo ricoperto e alle specificità del gruppo di appartenenza”, prosegue Capece. “Il riferimento è, ad esempio, a tutti coloro che nell’ambito dell’Amministrazione di appartenenza spesso si ritrovano soli con i loro vissuti, demotivati e sottoposti ad innumerevoli rischi e ad occuparsi di vari stati di disagio familiare, di problemi sociali di infanzia maltrattata ovvero tutto quel mondo della marginalità che ha bisogno, soprattutto, di un aiuto immediato sulla strada per sopravvivere”.

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