Condividi

libiapinottirenzi
Il Ministro della difesa Roberta Pinotti nei giorni scorsi ha timidamente osato ipotizzare le possibilità di un intervento italiano in Libia. La notizia sarebbe quasi passata in sordina non fosse per il fatto che il suo diretto superiore, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, abbia voluto sbugiardarla pubblicamente, pur senza nominarla. “Con me premier l’Italia non va alla guerra in Libia”, e addirittura “non siamo in un videogioco”.
Ogni volta che si parla di interventi in terra straniera, puntuale arrivano l’ondata pacifista, gli arcobaleni, i riferimenti a Risiko e ai videogiochi. Fa specie che in questo caso il megafono della propaganda pacifista sia rappresentato da quelle testate normalmente “interventiste”, di area centro-destra.
Che destra e sinistra non esistano più, come dicono i grillini, o che quantomeno siano in crisi di identità è un dato di fatto. Ma davvero non capiamo perché in questo caso alcune testate abbiano voluto unirsi alla propaganda pacifista degna dei centri sociali, dando ragione a Renzi e subissando di critiche il ministro Pinotti.
L’interventismo in Libia non piace più? Vero, l’impero ottomano non c’è più, così come non esiste più il Regno d’Italia. Non c’è più il maresciallo Augusto Aubry e neppure il “guerrafondaio” Giovanni Giolitti. I tempi cambiano, ma sono cambiati velocemente anche in questi ultimi anni. Deposto Gheddafi, le critiche degli anti-interventisti ai tempi delle primavere arabe, dell’appoggio ai ribelli e della guerra di Sarkozy non hanno più ragion d’essere. Anche perché non ha senso inveire contro Napolitano, criticare l’interventismo per deporre Gheddafi e poi anni dopo stigmatizzare il possibile intervento italiano in Libia nel post Gheddafi.

Ricevi gratuitamente e direttamente sulla tua casella di posta elettronica aggiornamenti sul mondo delle Forze dell’Ordine, Video, Consigli e info su Concorsi nelle Forze Armate
Potrebbero interessarti anche
Articolo precedenteLibia. Familiari di Failla: 'Non ci hanno aiutato a salvarlo'
Prossimo articoloSulle primarie napoletane