I tre terroristi di Venezia erano camerieri dalle vite insospettabili

Venezia si interroga su quello che è sembrato un incubo che l’ha catapultata “di brutto” in un terreno jihad che ha sfiorato la tragedia, e che ha lasciato i segni dell’angoscia della minaccia vissuta dai veneziani nella giornata di ieri, che ha travalicato ogni emozione e paura e messo a nudo la fragilità del nostro vivere quotidiano.

Un incubo travestito da “normalità”, che si è fatto strada attraverso quattro giovani kosovari, che lavoravano nei ristoranti a San Marco, uno addirittura minorenne, descritti dai vicini come persone educate, discrete e dai datori di lavoro “diligenti e corretti”.
Giovani fagocitati da improbabili guide spirituali, assetate di vendetta e di odio, immolate sull’altare della distruzione di sé e degli altri, per donare l’anima ad Allah.

Giovani travolti dall’irrazionalità, che usano disinvolti Facebook e Instagram, per gioire dell’attentato del 22 marzo a Westminster ed esultare all’idea di far saltare il Ponte di Rialto insieme a tutti quei miscredenti che girano per Venezia. Il paradiso è assicurato, si dicono trionfanti nella loro alienante visione del mondo, intercettati fortunatamente da polizia e carabinieri, che da tempo stavano studiando le mosse e le parole di parte di una generazione che si fa coinvolgere e affascinare dal delirio dei combattenti dell’Isis, che glorificano le stragi.

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