I tre terroristi di Venezia erano camerieri dalle vite insospettabili

Lo è anche per molte persone confuse, sbandate, vulnerabili, che nella lotta per la sopravvivenza hanno accumulato odi e rancori che possono trasformarli in bombe umane. Giovani che partono per l’Isis senza una vera e propria motivazione, allo sbando e in balia di personalità più forti delle loro che li ammaestrano e li convincono a seguire la via dei massacri. Quando qualcuno torna in Italia, trasformato, anche fisicamente, con barbone e esaltazione negli occhi, la sua scelta l’ha già fatta. Bisognerebbe capire come difendere i ragazzi da questa contaminazione.

Quel che raggela oggi Venezia e il mondo, è sapere che queste “Vite ordinarie”, che in parallelo vivevano la giornata di lavoro e l’ispirazione alla violenza sacrificale, sono le stesse che portavano in tavola un risotto o un caffè ai clienti, che li ringraziavano per la cortesia. Sono le stesse che non esprimevano comportamenti radicali, sono esistenze senza sospetto, apparentemente tranquille e disponibili.

Eppure l’ordinanza di custodia cautelare, che il Gip di Venezia Alberto Scaramazza ha emesso nei confronti dei giovani, anche dopo il ritrovamento di pistole nei loro appartamenti a Venezia e a Mestre, (da valutare se fossero giocattolo), di materiali inneggianti le pratiche Isis, che è stato accertato che compivano simulazioni per confezionare esplosivi fatti in casa, sono la prova, insieme alle comunicazioni via Internet, di questa inquietante realtà.

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