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Aveva un volume di affari di «almeno un milione di euro all’anno» la banda di truffatori smantellata in seguito a un’inchiesta della Procura di Milano che ha portato agli arresti quattro persone e all’iscrizione nel registro degli indagati di altre 25, tutti italiani. Lo ha detto il colonnello Ernesto Carile, responsabile della sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza. La truffa veniva messa a segno partendo dalla vendita di abbonamenti a false riviste delle forze dell’ordine. In manette questa mattina sono fintiti Luca Martire, Diego Cesare Diani, Biagino Liberti Cerbone e Fabrizio Montanari, tutti con precedenti per reati analoghi, che risultavano amministratori di fatto di tre società «che non avevano nessuna attività legale», con sede nel capoluogo lombardo, che gestivano una galassia di call center. Altre 25 persone – quasi tutti dipendenti – sono invece indagati a piede libero. Tutti accusati a vario titolo di 41 capi di imputazione legati ai reati di associazione a delinquere finalizzata a truffe ed estorsioni.

Il metodo

Il meccanismo della truffa era semplice: alle vittime, contattate telefonicamente dal personale di alcuni call center, veniva proposta la sottoscrizione di abbonamenti a riviste di polizia e delle forze dell’ordine fittizie. Abbonamenti venduti a prezzi che andavano da 100 fino a 3.500 euro all’anno, per ciascuna rivista. Poi iniziavano le telefonate. Chi non voleva rinnovare l’abbonamento, veniva minacciato secondo un copione ben preciso. Spesso gli operatori dei call center si spacciavano come operatori delle forze dell’ordine, funzionari degli uffici giudiziari di Milano e magistrati. Una delle vittime ha telefonato al centralino del Tribunale di Milano per verificare se «il giudice Boccassini» l’avesse contattata direttamente. Chi si sottraeva ai pagamenti, veniva intimorito con la minaccia di azioni legali come il pignoramento dell’auto, della pensione o di altri beni.

Il manuale del call center

Gli «operatori» dei call center avevano addirittura un «vademecum», una sorta di manuale con le istruzioni per contattare le vittime: lo ha spiegato il colonnello Vito Bianco, responsabile della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri. Nel mansionario «si partiva da frasi precostituite all’attacco della vittima modulate fino ad arrivare a vere proprie minacce. Questo dimostra che era una robusta organizzazione criminale specializzata ad aggredire le vittime». Accanto agli elenchi dei numeri di telefono la polizia ha trovato annotazioni come «non ritirato con minaccia», «minacciato da avvocato» oppure «il marito è poliziotto, non chiamare più sennò scatta la denuncia». Targetti ha sottolineato che il fenomeno delle truffe alle persone appartenenti a fasce deboli è «gigantesco» e che sono in corso altri procedimenti.

Le vittime

Un’anziana, minacciata per tre anni, ha sborsato 35 mila euro. Un imprenditore è arrivato a pagare fino a 165 mila euro in contanti. Un’altra persona avanti con gli anni, è stata immortalata dalle telecamere di sicurezza mentre consegnava una busta con 20 mila euro in contanti a un truffatore che si era spacciato per un fattorino. Pagamenti effettuati rigorosamente in contanti, nel timore di essere indagati per non aver pagato l’abbonamento a riviste che spacciavano per pubblicazioni ufficiali delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco o della Protezione civile, ma invece non avevano nulla a che vedere con queste istituzioni. Nel mirino della banda di truffatori c’erano soprattutto anziani e soggetti deboli, ma anche professionisti e piccoli imprenditori che ritenevano in questo modo di dare un contributo alle forze dell’ordine. Sono 42 le vittime accertate finora, tutte raggirate tra il 2012 e il 2014, ma il numero è destinato a aumentare perché le società di comodo, create apposta dagli indagati per mettere a segno la truffa, fino a venerdì mattina erano in attività.

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