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Suscita anzitutto immagini da straziare il più arido dei cuori. Peccato che a fine mese si debbano necessariamente consegnare le liste elettorali agli uffici competenti, e che dunque debba finire, perché di quella vasta, stupefacente, fiabesca telenovela da alcuni chiamata “Meloneide”, da altri battezzata “Bertolaseide” – a seconda delle simpatie o delle antipatie di ciascuno – di questa inesauribile tele-idra dalle mille teste (ne tagli una e ne vengono fuori altre due), di questa Dynasty romana scritta, diretta e interpretata dal centrodestra, giovedì è forse andata in onda una delle migliori puntate.

Per chi ancora non lo sapesse, è la storia di come Giorgia Meloni, dopo avere rifiutato una candidatura a sindaco che due mesi fa le veniva offerta gratis su un vassoio d’argento, ha dato vita al più intricato, contraddittorio, snervante e para suicidale gioco zen della storia politica d’Italia per riottenerla.

Ed è anche la storia di come Silvio Berlusconi, sadico castellano di Arcore, per tigna, tattica e orgoglio personale sia riuscito a trasformare un ex capo della Protezione civile che pure ebbe la sua fierissima grandeur, cioè Guido Bertolaso, in una specie di pacco sgradito, sballottato, precario, sempre sottoposto alla minaccia dell’abbandono sul ciglio d’una di quelle strade di Roma che intanto cominciano a riempirsi di cartelli elettorali con la sua faccia.

E insomma giovedì, secondo alcuni dei suoi caporali, il Cavaliere avrebbe dovuto accordare il suo sostegno alla Meloni, ma l’Imprevedibile (in maiuscolo) ha invece rilanciato su Bertolaso (ma pure su tutti gli altri candidati d’area: Marchini e Storace). Mentre lei, Giorgia, è acrobaticamente passata dagli ultimatum (“o mi sostieni oggi o abbiamo chiuso”), ai più concilianti penultimatum: “Pensaci”.

E alle undici del mattino, dandosi l’un l’altro di gomito, e facendosi così coraggio, i colonnelli di Forza Italia hanno preso posto in quella specie di parlamentino che il Cavaliere ha allestito a casa sua, in Via del Plebiscito. Dunque Renato Brunetta, Paolo Romani, Giovanni Toti, Maurizio Gasparri… tutti (o quasi) convinti di potergliele cantare, di poterlo finalmente convincere a sostenere la Meloni, dopo le ultime terribili settimane passate, come pupi siciliani, a scambiarsi botte da orbi con Mariarosaria Rossi e con tutto il resto del cosiddetto cerchio magico di Arcore, che invece sostiene Bertolaso.

Il cattivo umore in generale, i nervi, un certo senso di diffusa insofferenza regnano d’altra parte sovrani. Ma già all’inizio della discussione, Berlusconi assume di fronte a tutti loro un viso immobile, una maschera impenetrabile, lontana, che non promette nulla di buono. E infatti i colonnelli cominciano subito a scambiarsi sguardi acuti, incerti, qualcuno avverte i primi sintomi di quel fenomeno, ben noto a Manzoni sin dai tempi di don Abbondio, che si chiama tremarella.

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