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Quella di far tornare a muovere gli arti a un paziente con una lesione spinale grave è sempre stata una delle sfide più complesse del mondo della medicina, ma in questi giorni è stato raggiunto un traguardo da non sottovalutare al riguardo. Grazie ai ricercatori dell’Unversità di Grenoble un uomo di trent’anni paralizzato dal collo in giù è riuscito a muovere gambe e braccia con l’aiuto di un esoscheletro, che ha sorretto i quattro arti controllato solamente dai suoi stessi impulsi nervosi.

Secondo quanto si legge nella ricerca pubblicata dalla squadra di medici e scienziati che ha preso parte al progetto, i sensori necessari a captare questi impulsi non sono stati impiantati direttamente nel cervello (dove c’è il rischio che provochino infezioni o smettano presto di funzionare) bensì messi a contatto con la sua membrana più esterna. Nel corso di un’operazione sono state rimosse due piccole porzioni della scatola cranica e sostituite con due sensori di forma circolare in corrispondenza delle aree del cervello che si attivano nel controllo dei movimenti.

Un totale di 128 piccoli elettrodi rivolti verso l’interno del paziente può così captare i segnali elettrici messi dall’attività neurologica del paziente, che per addestrare il sistema a rispondere alla tipologia di segnale corretta è stato sottoposto a delle simulazioni nelle quali gli è stato chiesto di muovere i quattro arti di un alter ego virtuale. Nella fase finale del test, l’interfaccia cerebrale è stata collegata a un vero esoscheletro nel quale il paziente è stato poi inserito. La prova è andata a buon fine e tutti e quattro gli arti sono risultati sotto il suo controllo.

Il sistema ha ancora dei difetti, tra i quali c’è il fatto che la camminata è avvenuta sorretta da un argano: i segnali intercettati dal cervello dei pazienti infatti non sono sufficienti a sostituire le centinaia di micromovimenti che ognuno compie senza rendersene conto semplicemente per stare in equilibrio, e l’esoscheletro ancora non integra un sistema per compensare questa carenza. La tecnologia alla base dell’impianto inoltre va ancora affinata: nel primo paziente destinato alla procedura non aveva funzionato, e anche in questo caso di successo ci si aspetta che da un momento all’altro gli elettrodi possano perdere la propria capacità ricettiva.

Per i ricercatori, riporta Fanpage, non si tratta però di problemi insormontabili e — anche se un vero esoscheletro impiegabile nella vita di tutti i giorni non sarà messo a disposizione ancora per diverso tempo — quello appena compiuto è sicuramente un grande passo avanti nella giusta direzione.

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