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La legge Cirinnà è già di per sé un atto di discriminazione. La gender culture afferma che tutto è nelle nostre mani creative e che dobbiamo essere educati e formati allo scopo di costruire da soli la nostra identità, anche sessuale. Ma non è così

unionicivili

Amore e discriminazione sono parole importanti, non si dovrebbe usarle a casaccio. La legge sulle unioni civili, dovrebbero saperlo anche Luigi Manconi e Michela Marzano quando motivano il loro dissenso per la mancanza dell’adozione coparentale, è già di per sé un atto di discriminazione. Infatti afferma che persone dello stesso sesso, nonostante il diritto all’amore che vincit omnia sbandierato dal premier con la sua fantastica leggerezza, non possono sposarsi “come tutti gli altri”, cioè i promessi sposi di sesso diverso. La legge in sé ratifica una differenza, discrimina, eppure attribuisce nuovi importanti diritti giuridici economici sociali alla persona, alle persone.

L’amore omosessuale non è maggiore né minore di quello fra uomo e donna, e non c’è legge dello stato che possa definirlo così in termini etici, ma è differente, parte da premesse e implica conseguenze diverse, e questa legge ne certifica il carattere di formazione sociale specifica, dunque altra rispetto alla famiglia tradizionale fondata sul matrimonio aperto alla procreazione di coppia. Si può essere d’accordo o no, si può optare per la scelta più radicale degli irlandesi dei portoghesi degli americani degli argentini degli inglesi dei francesi, certo, ma nella legge Cirinnà c’è una logica, e chi l’ha discussa e accudita, per scegliere poi di votarla o no in base alla questione delle adozioni (compresi Manconi e Marzano, dunque), ha contribuito, senza eccezioni, a una normativa che in quanto tale sceglie, seleziona, discerne, discrimina.  Discriminare può essere il ghetto, un luogo di selezione, segregazione e negazione di diritti in base alla razza o all’identità religiosa o a qualunque altro criterio di esclusione, il massimo della discriminazione negativa; ma può essere viceversa un atto di giustizia, significa attribuire a ciascuno il suo.

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