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Uomini uccisi, donne e bambini violentati: ergastolo per il seviziatore dei profughi

Si è chiuso con una condanna all’ergastolo con isolamento diurno per i primi tre anni, il processo a Osman Mutammud, il 22enne somalo accusato di aver diretto il campo profughi di Bani Walid, in Libia, dove avrebbe sequestrato, torturato e seviziato decine di suoi connazionali.

L’imputato, che si è sempre proclamato innocente ed era presente in aula al momento della lettura del verdetto, ci ha provato fino all’ultimo a convincere il Tribunale di Milano: “Ho detto la verità, non ho mentito, non ho commesso nessun reato. Spero nella giustizia e nella vostra correttezza”, è stato il suo ultimo appello rivolto ai giudici prima che si ritirassero in camera di consiglio per il verdetto. Tutto inutile: la Corte d’Assise di Milano ha accolto la richiesta del pm Marcello Tatangelo (nel frattempo trasferito alla procura generale di Torino) e lo ha giudicato colpevole di diversi omicidi (il numero esatto non è stato accertato), sequestro di persona a scopo di estorsione di alcune centinaia di profughi, violenza sessuale di decine di giovani ragazze.

Torture e sevizie compiute, secondo la ricostruzione dell’accusa, per spingere i profughi detenuti nel centro di raccolta libico a pagare 7 mila dollari per raggiungere l’Italia a bordo di barconi. Il 22enne, conosciuto dai connazionali come “Ismail”, era stato arrestato nel settembre del 2016: si era ritrovato nel centro di accoglienza accanto alla Stazione Centrale di Milano con alcune delle sue vittime.

I racconti

“Ci legava i piedi con il fil di ferro e ci teneva a testa in giù — aveva raccontato il giorno della prima udienza una delle sue vittime, che lo ha riconosciuto —. E se urlavi, ti metteva la sabbia in bocca”.

Ismail — aveva spiegato ancora il teste — era “armato di fucili, coltelli, pistola e bastoni” e picchiava “chi non aveva ancora pagato” per imbarcarsi. Un seviziatore di professione, Ismail, tanto che nel campo di Bani Walid — aveva spiegato ancora il testimone — era stata allestita una vera e propria stanza delle torture dove “mi legava, mi sottoponeva a scariche elettriche finché non svenivo. Quando aveva voglia iniziava a picchiarmi finché non si stancava. Oltre a me nella stanza venivano portate altre persone che uscivano piene di terra e di polvere, sanguinanti e in lacrime”.

Ma il “trattamento” riservato a uomini e donne era diverso. I primi — aveva raccontato ancora la vittima — venivano picchiati e bastonati, mentre alle ragazze — e secondo i pm, anche alle minorenni — spettavano violenze e stupri.

L’arresto a Milano

Sono state proprio due donne il 23 settembre 2016 a riconoscere Matammud nell’hub di via Sammartini. Con l’aiuto di alcuni connazionali lo hanno circondato e consegnato agli agenti della polizia locale, che scavando nel suo passato hanno portato alla luce l’orrore e le accuse di chi ci aveva avuto a che fare in passato.

Dopo l’arresto, invece, Ismail aveva respinto ogni accuse. “Hanno inventato tutto — aveva detto — per una guerra tra clan”.

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