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E alla fine, sul nome di Paolo Savona si consuma la rottura tra Movimento 5 Stelle, Lega e Quirinale, che apre ufficialmente una delle più gravi crisi istituzionali della nostra storia repubblicana. Eppure, non è la prima volta che un Presidente della Repubblica sia contrario alla nomina di un ministro. C’è un precedente, importante, che avrebbe dovuto fare molto più rumore.

Non so voi, ma io ad esempio quel nome “Gratteri”, scritto a mano su un foglietto di carta lo ricordo bene. Lo reggeva uno sfavillante Matteo Renzi, mentre a febbraio 2014 stava per entrare a colloquio dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Il sindaco di Firenze aveva appena silurato il compagno di partito Enrico Letta e, dopo aver accettato l’incarico con riserva e svolto le consultazioni di rito con le forze politiche presenti in Parlamento, si apprestava a divenire Presidente del Consiglio. Il più giovane Premier di sempre della storia della Repubblica Italiana, davanti anche a Benito Mussolini.
Al di là di stare o meno dalla parte del “rottamatore”, ve lo immaginate, voi, cosa avrebbe voluto dire avere Ministro della Giustizia un uomo come Nicola Gratteri, un simbolo in quanto nemico giurato della ‘ndrangheta, ma soprattutto un uomo libero ed inetichettabile come destra, sinistra, giallo, rosso, verde?

Non è il primo veto sul nome di un Ministro

Sarebbe stato un bel colpo, certamente un pezzo di “cambiamento” vero, insindacabile, in un governo che nasceva comunque promettendo rottamazione e velocità. E invece…
E invece quando Renzi è uscito da quella stanza al Quirinale il nome di Gratteri era scomparso dalla lista dei suoi ministri. Evidentemente l’interesse maggiore del politico toscano era quello di andare immediatamente a Palazzo Chigi, e basta.
Accettò il veto posto da Giorgio Napolitano, e andò al governo. Il resto della storia lo conosciamo già. E sono convinto, pur non potendolo dimostrare, che oltre ad alcuni precedenti noti (Previti, ad esempio), se andassimo a ritroso lungo le varie legislature repubblicane, saranno stati posti veti a questo e a quello, solo che, vuoi perché c’era un’informazione diversa, vuoi perché i politici non avevano Facebook e Twitter, non lo abbiamo mai saputo.

Sia chiaro: non è per niente simpatico “imporre” nomi al Quirinale. C’è una prassi istituzionale consolidata, oramai, riguardo i poteri dello Stato e soprattutto i rapporti tra questi poteri. Ma è altrettanto incontrovertibile la Costituzione che, pur riservando al Presidente della Repubblica specifiche prerogative, all’articolo 92 recita esplicitamente che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri“. Il Premier incaricato Giuseppe Conte è salito al Colle con una lista di nomi. Sicuramente nomi non esclusivamente suoi ma scelti da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ovvero i due azionisti di maggioranza di quel “Contratto” alla base del tanto annunciato “Governo del Cambiamento” che oggi avrebbe visto la luce. E invece…

Quanto ci costa l’assenza di un governo

E invece Conte ha dovuto cedere, rimettendo il mandato nelle mani di Sergio Mattarella.
Da adesso, cosa resta? Resta un Paese spaccato a metà, ma non solo tra la sua popolazione, le sue classi sociali, e le Istituzioni. L’Italia, mai come oggi, è stata sull’orlo di una crisi istituzionale. Ovvero una crisi tra Istituzioni: il Parlamento, da un lato, rappresentato chi ha avuto “oltre il 50% dei voti degli italiani” (cit.) e il Presidente della Repubblica, cui la Costituzione attribuisce il compito di rappresentare (e garantire) l’unità nazionale, dall’altro.

In questo caos della post-Repubblica, dopo tre mesi dal voto l’Italia non ha ancora un governo. E pare quasi che le preoccupazioni dei mercati (solo dei mercati?) contino più dell’aumento dell’Iva, dei carburanti, delle questioni energetiche, della disoccupazione, della ricostruzione delle aree colpite dal terremoto, della lotta al terrorismo (che, non dimentichiamolo mai come oggi, in un momento di debolezza istituzionale, potrebbe approfittarne per colpirci), solo per citare alcune delle questioni che, se non affrontate di petto, andranno a produrre molto presto altri pesanti effetti sulle nostre tasche. E non solo.

Senza contare le centinaia di milioni che spenderemo per le sempre più certe prossime elezioni. Ma tant’è.

@aldopecora

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