Violenza sessuale: non è reato se la vittima non urla

E non solo: la donna dovrà rispondere ora di calunnia, perché il giudice ha ritenuto il suo racconto non verosimile. Anche se già si annuncia ricorso in appello.

Violenza sessuale: il caso di Torino

Nel caso specifico, la donna che ha sporto querela per presunta violenza sessuale è una torinese che lavora alla Croce Rossa del capoluogo piemontese.

Alle spalle, un passato di abusi sessuali da parte del padre. Un passato che il pubblico ministero incaricato delle indagini per la presunta violenza sessuale denunciata dalla donna ha fatto riemergere in aula, parlando di «un’esperienza traumatica di abuso infantile reiterato intrafamiliare subìto».

Non a caso la donna ha ammesso che quell’uomo querelato, un collega della Croce Rossa più grande di lei che le avrebbe promesso turni meno pesanti in cambio di rapporti sessuali, le ricordava il padre.

La Corte ha chiesto alla donna perché, quando si sentiva toccare nelle stanze dei vari ospedali dove sarebbe avvenuta la violenza sessuale, non ha mai chiesto aiuto. La sua risposta è stata: «Io con le persone troppo forti mi blocco».

Risposte troppo generiche, secondo i giudici, che ritengono paradossale il fatto che la donna non abbia urlato quando il suo presunto aguzzino avrebbe tentato di spogliarla.

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