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È arrivato il 25 aprile, festa della Liberazione. Eppure l’Italia è ancora prigioniera. Delle manchevolezze della pubblica amministrazione, dell’inefficienza delle infrastrutture che essa gestisce, dei drammatici ritardi nella giustizia, dei bilanci in rosso di comuni e regioni. Della corruzione dilagante. Della demagogia dei politici.

La fotografia dell’Italia nel 2016 ci consegna un’Italia non più divisa in due, come l’avevamo lasciata nel ventennio berlusconiano, ma addirittura frammentata in mille pezzi, unita solo dalla consapevolezza che non riusciamo più a ripartire. Anche se i dati macroeconomici del sistema-paese migliorano, infatti, il sentimento generale tende piuttosto alla disillusione e allo scoramento generale.

Un pessimo segnale, dettato in parte da una precisa volontà di una certa politica che segue il motto del “tanto peggio tanto meglio” e che ci propina aria fritta al posto di programmi seri. Per chi non vuole che le cose cambino mai, come per chi non sa far altro che lamentarsi, il disfattismo è certo un facile sistema per ottenere consenso. Ma questo impedisce all’Italia intera di poter contare su una dialettica politica seria e utile a far ripartire il paese. In una parola, in questo modo la politica ci ruba il futuro.

Per capirlo basta tornare a poche settimane fa. Chi si è lamentato del mancato quorum nel referendum sulle trivelle o è cieco, perché rifiuta di vedere in faccia la realtà, o è in malafede. Come si poteva pensare che la cittadinanza attiva si riversasse in massa alle urne per scegliere la nostra politica energetica al posto degli addetti ai lavori? Come si è potuto demandare al popolo qualcosa che esso neanche conosce? Con quale arroganza la politica che non sa decidere, si permette di scaricare sul cittadino la valutazione di questioni che non gli competono, lavandosene le mani come Ponzio Pilato?

Il rifiuto degli italiani di andare a votare non è stato un atto di menefreghismo. Ma un messaggio spedito per direttissima a Montecitorio. Agli analisti politici più avveduti non sarà sfuggito sicuramente il significato vero della bassa affluenza. Come nei giorni bui della crisi economica, all’indomani della capitolazione di Berlusconi, quando dalle urne uscì un risultato deprimente per tutti i partiti e incredibilmente premiante per il neonato Movimento 5 Stelle, oggi si è ripetuto lo stesso canovaccio: il popolo italiano ha voluto dare un segnale chiaro alla politica. E quel segnale è la sfiducia totale nei suoi confronti. (Un bel vaffa.. insomma).

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