Washington, Mosca e lo stato dell’Unione

Nel trionfale discorso di Barack Obama al Congresso, il presidente rivendica lo storico risultato di aver portato l’America fuori dalla crisi. Da Mosca, intanto, arriva la mano tesa di Putin

Washington, Mosca e lo stato dell’Unione

21 Gennaio 2015 – “Stasera, si volta pagina. Dopo un anno di svolta per l’America, la nostra economia è in crescita e la creazione di posti di lavoro corre al ritmo più veloce dal 1999. Il nostro tasso di disoccupazione è ora più basso di quanto non fosse prima della crisi finanziaria. I nostri ragazzi si laureano più che mai e la nostra gente è più assicurata che mai. Siamo liberi dalla morsa del petrolio straniero, come non lo siamo mai stati in quasi trent’anni. Stasera, per la prima volta dall’11 settembre, la nostra missione militare in Afghanistan è finita. Sei anni fa, circa 180.000 soldati americani hanno servito in Iraq e in Afghanistan. Oggi, ne rimangono meno di 15.000. Salutiamo il coraggio e il sacrificio di ogni uomo e donna di questa generazione 11 settembre che ha servito per tenerci al sicuro. Siamo umilmente grati per il vostro servizio. America, per tutto quello che abbiamo sopportato, per tutta la grinta e il duro lavoro necessario per tornare in piedi, per tutti i compiti che ci attendono, sappiate questo: l’ombra della crisi è passata, e lo stato dell’Unione è forte”.

Sono queste le parole trionfalistiche con le quali il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha parlato al popolo americano nel consueto appuntamento annuale sullo “stato dell’Unione”, offrendo una grintosa relazione al Congresso riunito in seduta plenaria. Obama, come emerso dalle sue stesse parole e come segnalato dagli indicatori economici – gli unici che non sanno mentire – è riuscito a fare in casa quel che non ha potuto fare all’estero, ossia lasciare un segno tangibile e positivo della sua presidenza.

L’economia a stelle e strisce è dunque il punto d’orgoglio del 44esimo presidente, che ha ragione di vantarsi per aver rimesso in piedi il gigante americano e che ora può usare come ariete per volgere le prossime battaglie politiche a proprio vantaggio. Asserendo che non esiste “un’America rossa o blu” (il riferimento è ai colori dei due partiti) e ammiccando più volte alle “buone notizie”, Obama ha lanciato anche un messaggio preciso ai repubblicani: dobbiamo guardare alla middle-class, che è la vera risorsa del Paese. Il che, tradotto, significa più equità sociale ma soprattutto “più tasse per i ricchi”.

Come farà il presidente a far digerire al Grand Old Party (il partito repubblicano) questa indicazione politica, elogio della borghesia, è ancora un mistero, visto che Obama resta un’anatra zoppa da quando ha perso il controllo di Camera e Senato. Ciò nonostante, il presidente sa di avere dalla sua la matematica e spera di poter sfruttare i dati sull’occupazione e più in generale sul prodotto interno lordo per ottenere il consensus.

Consenso che forse non si tradurrà in nessuna legge significativa durante questi ultimi due anni di presidenza, ma che certamente Barack Obama lascerà in eredità al prossimo candidato democratico, probabilmente Hillary Clinton. La quale, nell’elogiare Obama con un tweet, ha raccolto la sfida: “Il presidente ha indicato la strada per un’economia che funzioni per tutti. Ora abbiamo bisogno di incrementarla e consegnarla alla classe media”. Se i democratici gongolano in vista del futuro, i detrattori del discorso presidenziale, tutti nelle fila dei repubblicani, hanno invece risposto ai toni trionfalistici di Obama chiedendosi quale sia stato il vero punto del discorso oltre alla propaganda populista, che a loro dire è durato giusto il tempo di una diretta televisiva.

La Russia teme adesso che la Casa Bianca intenda schiacciare definitivamente Mosca

Vedremo. Intanto, dall’altra parte del mondo, in un altrettanto importante discorso sullo stato della Nazione, venivano pronunciate parole meno trionfalistiche del presidente USA, ma assai concilianti. A parlare era il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che chiamava direttamente in causa la Casa Bianca: “Le relazioni tra Mosca e Washington sono significativamente deteriorate nel 2014. […] I tentativi di isolare la Russia non funzionano. Chiediamo di riprendere una cooperazione efficace a livello bilaterale e internazionale. Ma il dialogo è possibile solo se basato sull’uguaglianza e il rispetto dei reciproci interessi. […] Gli americani sono assolutamente non-critici nel valutare i propri passi, e il discorso di ieri di Obama mostra che il nucleo della loro filosofia è: ‘noi siamo il numero uno’. E tutto il resto del mondo dovrebbe accettarlo”.

Andando oltre la demagogia, le parole di Lavrov rivelano un tentativo di apertura diplomatica teso a evitare un altro anno di scontri verbali – e non solo – tra Mosca e Washington, che danneggerebbe soprattutto la Federazione Russa, costringendola ad azzardare una politica aggressiva che il Cremlino spera di evitare. Ma il sotto testo del discorso di Lavrov rivela che il vero timore del ministro degli Esteri e dello stesso presidente Vladimir Putin è che la Casa Bianca non intenda affatto riavvicinarsi a Mosca, ma piuttosto schiacciarla definitivamente. Benvenuti nel 2015.

di Luciano Tirinnanzi

@luciotirinnanzi

www.lookoutnews.it